IL COLLAUDO

di Claudio Signorini
© ottobre 2011 Claudio Signorini

Una macchina del tempo costruita secondo le indicazioni del romanzo “The Time Machine” di H. G. Wells.

«Siediti Daniel. Stai facendo un solco nel pavimento.»

«Ma insomma Chris, come fai a startene lì tranquillo? Non vedi in che pasticcio siamo finiti?»

«Ti ricordo che in questo “pasticcio” non ci siamo “finiti”. Siamo volontari.»

«Volontari? Ma se abbiamo dovuto accettare prima di conoscere la missione!»

«Dimmi la verità: sei mai stato in azione?»

Daniel Powell, tenente del Corpo dei Marine, si bloccò, si voltò a guardare il collega e si sedette pesantemente sulla sedia.

«No.»

Silenzio.

«No, non sono mai stato in azione. Dopo l'addestramento mi hanno mandato al MIT per terminare gli studi. Una volta laureato sono stato assegnato agli uffici strategici. Ho classificato i resoconti di migliaia di missioni, ho calcolato le probabilità di successo di centinaia di azioni. E l'unico nemico che ho incontrato è il ROA.»

«Return on Assets? Ti occupavi anche di investimenti?»

«Non immaginavo che voi fisici conosceste la finanza.»

«No, no... Un mio cugino studia economia...»

«Per i marine ROA significa Return of Action, ma il concetto è più o meno lo stesso. Ho sentito molti generali pensare alle missioni come investimenti. Cambiano i termini: si pensa un po' meno ai soldi e di più alle vite umane. Ma la domanda è sempre la stessa: vale la spesa?»

Christopher Donovan capì di aver raggiunto l'obiettivo: ora il collega e pari in grado era abbastanza calmo da poterlo fare ragionare.

«E per questa missione non ti hanno fatto calcolare il ROA?»

Powell sbuffò: «Quando una missione non richiede più di cinque uomini non viene sottoposta al nostro ufficio. Cosa sono, dopotutto, le vite di cinque soldati?»

«Beh, per quei cinque qualcosa vale.»

«Già! è per questo che non voglio mai sapere a chi tocca. Ed oggi tocca a noi due.»

«Secondo me non ci sono pericoli. Dobbiamo solo scendere da questa Scatola, entrare nelle due stanze, ritornare qui dentro e premere il pulsante del ritorno.»

«Sì, sì. Tutto talmente semplice che mi domando perché abbiano mandato due marine. Perché non mandare quei due scienziati... come si chiamano?»

«Il professor Berti e il dottor Rinaldi. Non potevano partire loro... e neanche il generale... sono troppo importanti per il progetto. Se qualcosa fosse andato storto non avrebbero avuto la possibilità di ritentare.»

«E a noi non potrebbe andare storto? Magari incapperemo pure in qualche paradosso! E così puf... spariremo in una bella nuvoletta di logica.»

«Ma cosa vuoi che succeda? Dopotutto, stiamo solo tornando indietro nel tempo.»

 

Quattro giorni prima il tenente Daniel Powell veniva convocato nell'ufficio dell'ammiraglio Hawk.

«Si sieda, Powell.»

L'ammiraglio non faceva mai sedere nessun sottoposto. Cos'era questa novità?

«Sei disponibile ad affrontare una missione di estrema importanza per la sicurezza degli Stati Uniti, ma anche estremamente pericolosa?»

«Sissignore. Per questo sono un marine.»

«Lasci perdere queste fesserie. Sappiamo bene che lei non ha il carattere per affrontare l'azione. Ma per questa missione mi è stato fatto il suo nome e io non posso che obbedire.»

«Sissignore. Sono disponibile. Signore.»

«Bene. Ha un'ora di tempo per presentarsi all'aeroporto. C'è un Antonov che la sta già aspettando. Può andare.»

Il tenente non si alzò con la dovuta prontezza.

«C'è qualcosa che non va, Tenente?»

«Sissignore nossignore. Ecco, Signore...»

«Sì?»

«Non mi ha detto in cosa consiste la missione?»

«Le verrà comunicato al suo arrivo in Italia.»

«In Italia?... Signore?» Appena in tempo.

«Sì, Tenente, in Italia. Semper Fidelis.»

Questa volta Powell fu più pronto. Scattò in piedi, sull'attenti.

«Semper Fidelis, Ammiraglio.»

 

«Tenente Daniel Powell. Laureato in matematica al MIT con il massimo dei voti. Sesto di dodici fratelli, tutti maschi. Niente moglie, niente figli. Psicologicamente inadatto all'azione. Si trova a suo agio più con i numeri che con le persone. Si dimentica spesso di mangiare e dormire nel tentativo, il più delle volte vano, di risolvere un problema di matematica.»

Powell non sapeva più come stare seduto. Era il briefing più assurdo a cui avesse partecipato. Perfino quelli parossistici dell'addestramento erano meno... meno imbarazzanti, ecco!

«Sì: è la persona adatta per questa missione.»

Chi parlava si era presentato come professor Berti. Oltre a loro due, nella stanza c'erano il generale Cameron e un giovanotto di cui Powell non aveva capito il nome.

«Lei ha già accettato di partecipare a questa missione. Ora le devo chiedere di confermare la sua disponibilità. Dopo di che non potrà più tirarsi indietro e tutto quello che diremo qui dentro dovrà rimanere un segreto. Il generale Cameron ha il ruolo di perfezionare in ordine tutto quello che le dirò. Allora: è pronto ad affrontare questa missione?»

Era evidente che non gli sarebbe stato detto di più. Forse fu anche la curiosità... sicuramente fu la possibilità, per la prima volta, di dimostrare che era un vero marine. Daniel accettò.

«Bene» proseguì il professore. «Ora non può più cambiare idea.»

Cosa poteva rispondere? «Sissignore.»

«Cosa conosce dei campi cronotonici?»

«Campi cronotonici? Mai sentiti nominare, Signore.»

«Lo spero bene. Sono un segreto militare, una ricerca che stiamo sviluppando qui all'Università dell'Aquila con la supervisione e la protezione della NATO. I dettagli di cui può aver bisogno le verranno spiegati dal mio assistente. Lei ed un suo collega, il tenente Christopher Donovan, dovete entrare nella nostra macchina, tornare indietro nel tempo fino al nove settembre scorso, entrare in due stanze, e ritornare nel presente.»

Aveva sentito bene? Tornare indietro nel tempo?

Il professore attendeva che Powell si riprendesse dallo shock.

«Avete detto: “tornare indietro nel tempo”?»

«Sì, Tenente. Io ho... io e il mio assistente abbiamo inventato la macchina del tempo. O meglio: pensiamo di averla inventata. La dobbiamo collaudare. Per questo abbiamo bisogno di lei e del suo collega.»

«Cioè... io dovrei... tornare indietro nel tempo?»

«Sì. Esattamente.»

«E... cos'è che dovrei fare una volta tornato nel passato?»

«Vede: quello che ancora non sappiamo è quali siano le potenzialità del viaggio nel tempo. Si può modificare la storia? Oppure è già stata scritta e non è più alterabile? Per questo abbiamo preparato un esperimento. Nel laboratorio in cui si trova la macchina del tempo ci sono due porte che conducono a due stanze. Dall'otto settembre ad oggi nessuno è entrato in quelle stanze. In una c'è una telecamera che registra tutto quello che accade all'interno. Abbiamo già controllato le registrazioni e sappiamo che nessuno vi è entrato. L'altra stanza invece è priva di telecamere. Se la storia è modificabile, una volta tornati nel passato riuscirete ad entrare in tutte e due le stanze senza alcun problema. Se invece la storia non è modificabile, allora non riuscirete ad entrare nella stanza con la telecamera.»

«E se invece non riusciremo ad entrare nella stanza senza telecamere?»

«Allora l'esperimento sarà senza valore e dovremo ripeterlo.»

«Ho capito: è la copia di controllo. Ed immagino che non ci direte in quale stanza c'è la telecamera... Ma il vostro ragionamento ha un difetto. Se non riusciremo ad entrare nella stanza con la telecamera, non è detto che sia impossibile alterare la storia. Non avremo modificato quel particolare evento, ma forse è possibile modificarne altri.»

Il professore e l'assistente si rallegrarono di questa osservazione.

«Ha ragione: in quel caso il vostro sarà solo il primo di una lunga serie di esperimenti simili.»

«Capisco. Fino a quando non riuscirete a dimostrare il contrario, sarete portati a ritenere che la storia sia inalterabile.»

«Esatto. Ma confido che riuscirete ad entrare in entrambe le stanze al primo viaggio. Già me li sento, altrimenti, i professori di etica. Ci condanneranno per aver ucciso il libero arbitrio.»

«Non li posso biasimare.»

«In effetti, neanch'io.»

 

«Daniel, stai ripassando il solco. Rilassati! L'esperimento è stato un successo o no? Siamo entrati in tutte e due le stanze. Abbiamo modificato la storia. E noi siamo ancora vivi. Non siamo scomparsi in nessuna nuvola logica. Fine della missione. Adesso puoi sederti e aspettare che torniamo nel futuro... o nel presente, decidi tu come chiamarlo.»

«Non ti rendi conto di cosa è successo?» Powell continuava a camminare. «Non dovevamo incontrare nessuno ed invece... appena aperto lo sportello della Scatola ci siamo trovati davanti il dottor Rinaldi!»

«Sì, e hai visto come era spaventato? Ha detto solo “non dovrei essere qui” o qualcosa del genere: come il suo solito ha parlato troppo piano per farsi sentire.»

«Questa non ci voleva! Chissà quali saranno le conseguenze!»

«Che conseguenze vuoi che ci siano?»

 

Quando aprirono lo sportello non trovarono nessuno ad attenderli.

«Non saremo degli eroi,» esordì Donovan, «ma almeno potevano aspettarci. Dopotutto per loro siamo stati via solo dieci minuti.»

La porta del laboratorio si spalancò di colpo e il dottor Rinaldi comparve trafelato sulla porta. Tenendosi una mano sul fianco ebbe appena la forza per sussurrare: «Voi?»

«Tenente Donovan e tenente Powell a rapporto. Missione compiuta. Siamo riusciti ad entrare in tutte e due le stanze.»

Il professor Berti arrivò in quel momento, affibbiando a Rinaldi uno spintone. Lo sguardo del professore si spostava continuamente dai due marine a qualcosa alla loro destra. Fu allora che Donovan e Powell si voltarono e videro che dietro di loro c'erano due Scatole. Identiche.

Due macchine del tempo.

«Cosa succede qui? E voi chi siete?»

«Professore, si sente bene? Siamo stati via solo dieci minuti. Cosa le è successo?»

Powell si avvicinò al collega: «Chris, credo che sia tutta colpa nostra... è chiaro che l'effetto del nostro viaggio è stato molto più grave di ogni mia previsione.»

«Ok, vediamo di fare un po' di chiarezza. Professor Berti, siamo il tenente Powell e il tenente Donovan, del Corpo dei Marine... Ehm... possiamo accomodarci da qualche parte per parlare?»

 

Due ore dopo erano ancora nella sala delle riunioni. Il professore non sapeva se esultare per la riuscita dell'esperimento o impazzire per l'assurdità della situazione. Rinaldi se ne stava zitto zitto con la testa bassa: i due militari, per ora, non avevano parlato del suo ruolo nella storia.

«E' chiaro...» stava cercando di sintetizzare il tenente Powell, «è chiaro che abbiamo alterato la storia. Ed ora voi siete in ritardo sulla preparazione della macchina del tempo, tanto che ci avreste convocati solo fra tre giorni. Ma com'è possibile che l'alterazione sia stata così ampia?»

«Forse una spiegazione ce l'ho». Il professor Berti si alzò e si avvicinò alla lavagna, poi si rese conto che non aveva bisogno di scrivere nulla e si voltò nuovamente verso i due marine. «Come sapete dentro una delle stanze è presente una telecamera. Il nove settembre, il giorno obiettivo del vostro viaggio, stavo lavorando nel mio studio. Ad un certo punto ho buttato l'occhio sul monitor che mostrava le immagini della telecamera e ho visto due persone uscire dalla stanza. Temevo che fossero ladri, o spie, e sono corso fino al laboratorio. Evidentemente ci ho messo troppo e voi eravate già ripartiti. Allora ho fatto chiudere tutti gli accessi e ho chiesto alla sicurezza di cercare gli intrusi. Ho tenuto bloccati tutti i laboratori per un giorno interno... Non avrei mai pensato che fossero due viaggiatori del futuro.»

«Questo spiegherebbe un giorno di ritardo, ma voi ne avete accumulati tre.»

«Posso spiegarlo io.» Era un sussurro tale che il professore e i marine si voltarono insieme: «Cosa?»

Con un tono decisamente più forte, ma sforzato, Rinaldi riuscì a spiegarsi.

«Posso spiegarlo io. Il nove settembre, come ricorderete, ero nel laboratorio quando siete arrivati con la Scatola.»

«Ma come!» Era il professore ad interromperlo. «Avevo dato precise istruzioni che quel giorno nessuno entrasse nel laboratorio.»

«Non si dimentichi» disse Donovan, «che anche lei è entrato.»

«Già!»

«Non importa, tanto io avevo già alterato la storia. Quel giorno, il nove di settembre, mi ero ricordato che non era ancora stata tarata l'intensità del campo cronotonico. Sono sceso in laboratorio per sistemarla. Ho visto comparire la Scatola e mi sono reso conto che avevo sbagliato momento. Sono scappato subito. Poi ci sono stati i controlli di sicurezza e ho dimenticato la taratura. I due giorni successi abbiamo fatto diversi esperimenti ed ogni volta fallivano perché la Scatola vibrava.»

«Sì, mi ricordo molto bene!», confermò il professore, «Non riuscivamo a spiegarci quelle oscillazioni e temevamo di dover abbandonare il progetto.»

«Solo l'altro giorno mi sono ricordato della taratura e l'ho sistemata. E da allora sono sparite anche le vibrazioni.»

Powell sembrava ancora perplesso: «E con questo sono spiegati i tre giorni di ritardo. Però ancora qualcosa non mi quadra. Siamo tornati indietro nel tempo, abbiamo alterato la storia facendovi ritardare di tre giorni al punto che oggi non saremo dovuti partire. è un paradosso. Come mai siamo ancora qui, tutti interi?»

Donovan si concesse una breve risata: «Credo che tu legga troppa fantascienza! Il fatto stesso che la storia sia modificabile dovrebbe farti capire che i paradossi temporali non esistono. Siamo tornati nel passato, abbiamo modificato la linea temporale, ma noi due eravamo su quella linea e non potevamo certo scomparire: nel mondo reale la materia non si distrugge nel nulla, come continui a pensare tu. Evidentemente l'universo è tornato indietro insieme a noi, ha cancellato il futuro ed è ripartito con una nuova storia... Sembri deluso!»

«Sì, in un certo senso lo sono. La logica mi porta spesso a conclusioni che poi vengono smentite dalla realtà!»

«Questo succede quando ragioni partendo dagli assiomi che ti sei posto. Se invece ti limitassi ad osservare la natura ti accorgeresti che ha sempre nuove sorprese da riservarti.»

«E adesso?» chiese Powell. «Cosa facciamo?»

«Dunque,» disse il professore, «adesso abbiamo due macchine. Una ha già viaggiato e sappiamo che funziona. L'esperimento è stato efficace: siete riusciti ad alterare la storia. Rinaldi e io abbiamo sbagliato, ma questo ha solo reso più evidente l'alterazione della storia. Possiamo metterci una pietra sopra e continuare con i nostri esperimenti... con due macchine del tempo.»

 

Powell e Donovan erano in un camera della base NATO di Aviano. Avevano ancora un paio d'ore di libertà.

Daniel Powell accese il computer della camera.

«Cosa stai facendo?» chiese curioso Donovan.

«Chiamo i miei genitori.»

«Negli Stati Uniti sarà piena notte.»

«Nessun problema. Mi hanno chiesto di chiamarli il prima possibile, anche di notte. Sono sicuramente in apprensione.»

Attivò il programma di video-chiamata ed digitò il numero. Bastarono due squilli.

Come al solito apparve prima il video. Powell si impietrì. Solo dopo un paio di secondi riuscì a riaversi abbastanza per richiamare l'attenzione del collega: «Chris! Christopher, vieni a vedere! I nostri problemi iniziano solo ora.»

Donovan si avvicinò e sul computer vide un altro tenente Daniel Powell che chiedeva: «E voi chi diavolo siete?»