LE CORRENTI DEL TEMPO

Prologo: L'esperimento (12 giugno 2075)

Il tempo scorre. Inesorabilmente.

Viviamo costantemente rivolti verso il futuro: il passato non ci interessa e il presente è solo l'anticamera del domani. E per dare forma all'ignoto fissiamo appuntamenti e scadenze.

Ma per quanto sia lontano, il giorno stabilito prima o poi arriverà. Non sarai pronto: non si è mai pronti! Il futuro diventa improvvisamente presente.

Vorresti rimandare, avere più tempo, poter vivere ancora nell'attesa. Invece devi affrontare proprio quel giorno.

Poi passa e puoi solo raccoglierne i frutti.

 

Il nostro ufficio era immerso nel silenzio. Era il "-1.47": uno dei tanti nel sotterraneo del Dipartimento di Astrofisica dell'Università de L'Aquila.

Eravamo seduti alle scrivanie; i computer erano accesi e mostravano tutta una serie di indicatori. Ma non guardavamo i monitor; i nostri occhi erano fissi sull'immagine formata dal proiettore tridimensionale. Per poter vedere più da vicino la mia collega era addirittura riversa sul tavolo, con una gamba ripiegata sotto il corpo a mo' di cuscino, come solo le donne sanno fare.

Il proiettore mostrava, in scala uno a quattro, l'interno di un laboratorio situato sotto il Massiccio del Gran Sasso, a quindici chilometri da noi. Al centro dell'immagine c'era la macchina: un cubo di tre metri di lato, rivestito di vetro e racchiuso da una gabbia d'argento.

All'improvviso la macchina scomparve.

Non sapevamo cosa aspettarci dall'esperimento, ma la scomparsa momentanea era uno dei risultati possibili. Stavamo fermi immobili, quasi senza respirare. L'attesa doveva durare al più un minuto. Passarono i primi trenta secondi, poi cinquanta. Il computer segnalò con un trillo fastidioso lo scadere dei sessanta secondi; allungai una mano sulla tastiera per farlo tacere.

Non accadeva nulla. Passò ancora un minuto, e un altro ancora...

La mia collega non riuscì a reggere la tensione: cominciò a singhiozzare.

Tentai di parlare, volevo dirle qualche parola di conforto, ma lei fu più veloce.

«Idioti!»

Mollò un colpo sul tavolo a mano aperta.

«Siamo degli idioti!»

Un salto fulmineo e la sedia cadde a terra rumorosamente.

La guardavo spaventato.

«Idioti!»

Il suo viso era rosso e bianco. Con due passi mi fu davanti, minacciosa.

«Lo capisci cosa significa questo? Abbiamo fallito! Mesi e mesi di lavoro buttati al vento. Milioni di euro spariti nel nulla. Idioti siamo!»

Sentivo gocce di saliva sul viso.

Si voltò di scatto, trascinando a terra un pad. Con due passi fu davanti alla porta, abbassò con violenza la maniglia ed uscì.

La porta si richiuse con un colpo secco; uno stipite si schiodò dalla parete.

E tornò il silenzio.

Fissavo l'uscita, preoccupato che l'erinni potesse tornare indietro.

Abbiamo fallito. Ma perché si comporta così?

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